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Pd, confronto al novantesimo minuto.

"E ora venite in tanti a votarci"

"Murdoch sta già tremando...", gongola con un pizzico di ironia Walter Verini, già consigliere fidatissimo di Veltroni e ora direttore di Youdem, l'unica tv autorizzata a riprendere e trasmettere il confronto tv tra i tre candidati alla guida del Pd. Perciò godetevelo. Studiatevelo bene. Difficilmente da q

2009-10-17

Ingegneria Impianti Industriali

Elettrici Antinvendio

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L'ARGOMENTO DI OGGI

 

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REPUBBLICA

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2009-10-17

Alle primarie il pugno

del partito che non c'è

di EUGENIO SCALFARI

OGGI ci occuperemo del Partito democratico. Finora in questi articoli domenicali il tema è stato volutamente trascurato, ma ora è diventato di stringente attualità: domenica prossima, 25 ottobre, ci saranno le primarie che decideranno chi sarà il segretario nazionale del Pd, un evento importante non solo per quel partito ma per l'intera opposizione e anche per il sano funzionamento della democrazia italiana.

Il tema è complesso, perciò bisognerà esaminarlo nei suoi vari aspetti. Comincerò da Veltroni, insediato alla segreteria nell'autunno del 2007, pochi mesi prima delle elezioni che portarono alla vittoria di Berlusconi.

L'altro ieri in un "talk show" dell'emittente La7 qualcuno dei presenti in studio ha detto che Veltroni e D'Alema non soltanto sono politicamente irresponsabili, ma anche "due cretini". Proprio così: cretini.

C'è sempre una prima volta e questa è infatti la prima volta che un epiteto del genere è stato affibbiato ad un uomo politico. Non era mai stato usato. Se ne dicono tante sui politici, anche più sanguinose di questa, ma cretino non si era mai sentito in un salotto televisivo. Ma ormai gran parte dei salotti televisivi sono diventati dei "saloon" dove tutti i clienti portano le pistole nella fondina e il coltello nascosto nel risvolto degli stivali. Così va il mondo.

Nella campagna elettorale del 2008 il partito di Forza Italia arrivò al 37,5 per cento; il Pd guidato da Veltroni ottenne il 33,5 e tutti, fuori e dentro di esso, decretarono una solenne sconfitta. Invece non era stata una sconfitta: una formazione politica riformista con alle spalle pochi mesi di vita era arrivata a superare i risultati del Pci che, dalla segreteria di Natta in poi, non era mai riuscito ad andare oltre il 30 per cento. Senza dire che i riformisti italiani di ispirazione liberal-socialista in cent'anni di storia prima monarchica e poi repubblicana non sono mai usciti da un ruolo di pura testimonianza.

Non era dunque una sconfitta ma un punto di partenza più che rispettabile. Non fu vissuta così e questo è stato un grosso errore del quale non fu responsabile quel cretino di Veltroni.

Oggi i sondaggi sulle intenzioni di voto danno il Pd al 30 per cento. Non è molto ma è qualcosa se si pensa che un mese fa la più antica socialdemocrazia europea, l'Spd tedesca, ha ottenuto meno del 23 per cento; i socialisti francesi sono a pezzi; il Labour inglese è in piena tempesta e neanche Zapatero se la passa molto bene. Sembra un paradosso, ma un partito del quale tutti dicono che non esiste più o che è allo sbando, risulta quantitativamente il più forte della sinistra europea. Non è certo consolante per i rapporti di forza nel Parlamento di Strasburgo, ma è un dato di fatto dal quale dobbiamo partire.

* * *

Un altro dato di fatto ancora più significativo emerge dalla votazione di pochi giorni fa per il congresso del Pd. Sulla base dello statuto di quel partito hanno votato i soli iscritti che rivoteranno insieme agli elettori alle primarie del 25 ottobre. I votanti sono stati 450.000 pari al 60 per cento degli iscritti. Mi domando quali sono stati i congressi di grandi partiti in Italia negli ultimi dieci anni e quale di essi - se ce ne sono stati - è riuscito a mandare poco meno di mezzo milione di persone al voto.

Un partito che non esiste? Un partito di sfiduciati, di ipercritici, di indifferenti, senza dibattito interno, senza passione, senza speranze, come viene descritto da giornaloni e da giornaletti? Lascio ai lettori la risposta.

È vero però che lo statuto è molto contraddittorio e inutilmente complicato. Chi l'ha redatto e chi lo ha approvato voleva evidentemente accontentare tutti con l'inevitabile conseguenza d'aver prodotto una procedura inadeguata e confusa. Alcuni volevano sottolineare che gli iscritti debbono contare decisamente di più dei simpatizzanti; di qui una prima fase riservata al voto degli iscritti.

Una fase tuttavia puramente registrativa poiché la decisione è riservata alle primarie dove iscritti ed elettori voteranno insieme. Pierluigi Bersani è risultato in testa nel voto degli iscritti ma ora è di nuovo in gioco nel voto delle primarie. Che senso ha una procedura così sconclusionata? Credo che, una volta conclusasi questa partita, i nuovi organismi dirigenti che usciranno dal voto delle primarie dovranno rimetterci le mani e renderla più adeguata alle esigenze della chiarezza e della logica.

Come se non bastasse, lo statuto ha anche stabilito che le primarie eleggeranno il segretario soltanto se uno dei tre candidati in lizza otterrà il 50 più uno dei voti espressi. Qualora ciò non avvenisse avrà luogo una terza fase dinanzi all'Assemblea nazionale eletta anch'essa il 25 ottobre. In questa terza fase i candidati rimasti in lizza saranno i primi due votati alle primarie. Il terzo sarà escluso dalla gara ma in realtà sarà il più forte dei tre perché i suoi rappresentanti nell'Assemblea, appoggiando uno dei due candidati in lizza, lo porteranno alla vittoria, naturalmente ponendo le loro condizioni di programma e di potere.

Le regole sono queste e vanno rispettate, ma sono a dir poco scriteriate perché di fatto danno il massimo potere al terzo arrivato. La conseguenza sarebbe quella di produrre un sentimento di frustrazione in tutti gli elettori delle primarie che vedrebbero capovolte le loro indicazioni.

Per evitare un cul di sacco così traumatico ho avanzato giorni fa una proposta. Io non sono un iscritto al Pd e mai mi iscriverò perché faccio un altro mestiere incompatibile con una tessera di partito. Ma parteciperò alle primarie perché sono un elettore e voterò per quel partito. Ho dunque proposto un accordo politico tra i tre candidati: si impegnino anticipatamente e pubblicamente, se nessuno di loro raggiungerà la maggioranza assoluta, a far affluire i propri voti in assemblea su quello dei candidati che ha ottenuto alle primarie la maggioranza relativa.

In tal caso il voto delle primarie sarà rispettato, le regole dello statuto anche e - altro risultato non disprezzabile - il segretario nazionale sarà eletto dall'Assemblea all'unanimità. La mia proposta, forse proprio perché veniva da persona esterna al partito, ha avuto successo: l'impegno è stato preso sia da Bersani che da Franceschini. Esso darà maggior sicurezza e maggiore impulso a tutti quelli che si dispongono a votare il 25 ottobre.

* * *

Fin qui abbiamo trattato questioni di procedura. Importanti, perché senza procedure corrette non si ottengono risultati corretti. Ma ora dobbiamo esaminare il merito, cioè le proposte dei vari candidati, quelle che li uniscono e quelle che li dividono. Chi voterà alle primarie lo farà sulle proposte e sulla loro credibilità.

A me non pare che ci siano differenze per quanto riguarda la struttura del partito. Per lungo tempo si è discusso tra un partito cosiddetto liquido, cioè affidato soltanto ai simpatizzanti e quindi alla pubblica opinione, oppure un partito strutturalmente insediato sul territorio.

Questa questione mi sembra ormai superata. L'accordo è generale sul fatto che il partito deve essere presente e vivace sul territorio con larghe autonomie della struttura locale, ma entro linee-guida valide per tutti ed elaborate dagli organi centrali. Del resto questa disputa è già stata superata dai fatti: i 450.000 iscritti che sono andati a votare e che ci torneranno per le primarie sono la più evidente dimostrazione che le strutture sul territorio ci sono già; potranno essere utilmente rafforzate e dotate di adeguate funzioni, ma esistono e operano. Non era facile metterle in piedi in così breve tempo. Questo piccolo miracolo è stato compiuto e va riconosciuto a tutti quelli che l'hanno reso possibile.

Sgombrato il campo da questa questione ne restano altre di grande importanza che sono le seguenti: il rapporto tra l'opposizione e la maggioranza berlusconiana e leghista; il rapporto con le altre opposizioni, cioè la politica delle alleanze; il tema della laicità dello Stato; il tema dell'immigrazione e dell'integrazione; la politica economica; la politica della giustizia; la politica della scuola. Infine - ma soprattutto - il tema della libertà di stampa e quello dei grandi valori dai quali nasce la visione del paese e della società che vedremo nel futuro dell'Italia e dell'Europa di cui siamo parte integrante.

* * *

Si tratta d'una massa di problemi che dovranno essere risolti non solo dal Pd ma da un'elaborazione culturale cui debbono collaborare fondazioni, circoli, associazioni che condividano i valori e creino le condizioni culturali per farli crescere nella società. Un partito democratico deve aiutare questa evoluzione affinché il lavoro di semina e di raccolta sia ampio e proficuo. Veltroni - quel cretino a cui abbiamo già accennato - sostiene che è importante vincere ma ancor più importante è cambiare l'Italia risvegliandola dall'ipnosi in cui una parte del paese è caduta e ricondurla a riflettere e operare pensando al futuro e non accucciandosi su un presente precario e appiattito. Personalmente condivido.

Sulla politica economica mi sembra che l'accordo sia generale: nell'immediato occorre riversare le risorse disponibili sui lavoratori dipendenti e sulle piccole e piccolissime imprese e partite Iva. Sul medio periodo è necessaria una grande riforma fiscale e un allungamento dell'età di lavoro che tenga conto dell'allungamento della vita.

C'è accordo generale sul clima e sulle energie alternative e pulite. C'è accordo generale sulla riforma della giustizia, della sicurezza e dell'integrazione. La scuola è un campo da studiare. Esiste già un'ampia ricerca in materia ma ancora non è stata messa in discussione e bisognerà che si faccia al più presto.

Anche sulla laicità e sulle politiche della bioetica l'accordo sembra esserci almeno su un punto fondamentale: la Chiesa ha diritto di usare lo spazio pubblico per esporre le sue ragioni. Non ha invece diritto d'imporre il suo punto di vista nella politica, dove le prerogative dello Stato e del Parlamento sono esclusive e dato anche che i parlamentari cattolici hanno rivendicato la loro autonomia. Penso al cattolico adulto Romano Prodi e penso anche al documento che Franceschini diffuse anni fa raccogliendo su di esso sessanta firme di parlamentari cattolici che rivendicavano la loro autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche in materia di decisioni politiche e parlamentari.

C'è qualche dissenso sulla politica delle alleanze, ma francamente mi sembra più di parole che di sostanza. Se il Pd sarà forte le alleanze si faranno intorno a lui; se sarà debole non potrà svolgere la funzione di pilastro centrale delle opposizioni e non potrà raccogliere nuovi consensi sia a sinistra sia al centro. Penso che nessuno dei candidati preferisca un partito debole ad uno robusto e audace.

* * *

Una parola conclusiva sui valori, che include anche il rapporto con il berlusconismo.

I valori d'un partito democratico non possono che esser quelli della libertà, dell'eguaglianza e della solidarietà. L'esperienza storica di oltre due secoli ci ha ampiamente insegnato che la libertà senza eguaglianza è fonte di privilegi intollerabili; l'eguaglianza senza libertà è fonte di dittature e totalitarismi; la solidarietà senza gli altri due diventa assistenzialismo ed elemosina. La democrazia che scaturisce da questi valori è quella descritta e tradotta in norme e in giurisprudenza dalla nostra Costituzione.

La Costituzione può essere rivista e modernizzata, ma non può essere cambiata. Lo impediscono l'articolo 1, l'articolo 3, l'articolo 138 e l'articolo 139. Berlusconi non vuole rivedere la Costituzione, vuole cambiarla. Vuole sostituire la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto con una democrazia autoritaria senza organi di controllo e di garanzia ma interamente basata su sistemi di voto plebiscitari. L'intimidazione dei "media" è un elemento indispensabile di questa strategia che ha come obiettivo finale un'immagine del paese riflessa da uno specchio taroccato al servizio del potere.

Si tratta di concezioni antitetiche a quelle d'un partito democratico e questo è un dato preliminare che non consente né mollezza né scorciatoie di furbizia compromissoria.

Da questo punto di vista noi ci auguriamo che alle primarie del 25 ottobre vada una massa di popolo consapevole del suo ruolo e della sua responsabilità. Non centinaia di migliaia ma milioni di elettori. Perfino quelli che non condividono le tesi riformiste del Pd ma non si rassegnano all'Italia così com'è: votino magari scheda bianca ma vadano. Quei seggi del 25 ottobre saranno anche una prova di forza di tutta l'opposizione e un buon principio per un paese risvegliato.

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L'UNITA'

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2009-10-17

Pd, confronto al novantesimo minuto. "E ora venite in tanti a votarci"

di ma.ge.tutti gli articoli dell'autore

"Murdoch sta già tremando...", gongola con un pizzico di ironia Walter Verini, già consigliere fidatissimo di Veltroni e ora direttore di Youdem, l'unica tv autorizzata a riprendere e trasmettere il confronto tv tra i tre candidati alla guida del Pd. Perciò godetevelo. Studiatevelo bene. Difficilmente da qui alle primarie ce ne sarà un altro. Non con tutti e tre i candidati alla guida del Pd. "Perché dobbiamo dare spettacolo in qualche studio televisivo? Un partito è una cosa seria", declina l'invito Bersani prima di accomiatarsi dalle telecamere di Youdem. Non è in tv che vuole giocarsi la partita. Anche se la partecipazione ad Annozero sembra avergli fatto un certo effetto: "Più di cinque milioni di spettatori: Berlusconi se ne parli ben o male tira sempre". Quanto al Pd, a Bersani, il confronto che si è appena concluso tra le quinte più teatrali che televisive dell'ex Acquario romano e davanti a un pubblico di 150 sostenitori, un terzo per mezione, seduti in rigoroso ordine alfabetico, basta e avanza. Lo ha visto solo chi si è collegato con Youdem, o in streaming sul sito de l'Unità, lo rivedranno in rete quelli che lo vorranno vedere. Bene così. Anche se gli altri due, invece, sarebbero subito pronti al bis. Meglio in Rai, per Ignazio Marino. Ovunque, per Franceschini, entusiasta del volto e del piglio che sta mostrando in questo rush finale.

"Per tutto il tempo ha fatto la corsa su Marino, che sugli stessi temi però è più credibile", commentano gli spin-doctor del chirugo. "Ha fatto bene: rinnovamento, laicità non sono mica roba sua, sono valori del Partito democratico", rivendica un franceschiniano. E Bersani? "Si è tenuto fuori dal battibecco, ha fatto bene, ha scelto di non iscriversi a quella gara tra i due", dicono i suoi, soddisfatti anche loro, nei bilanci del dopo-match.

Certo, alla tv, Bersani non ha concesso molto. Nemmeno un cambio di cravatta: rossa, come da tradizione. Frivolezze che lascia agli altri candidati. Anche se la partecipazione ad Annozero sembra avergli fatto un certo effetto: "Tutt'altro entusiasmo mostra il terzo candidato, Ignazio Marino, che per l'occasione ha tirato fuori dal cassetto una cravatta favolosa. Nel senso che ritrae la favola della tartaruga e della lepre. Un portafortuna: "Alla fine in Esopo è la tartaruga che vince". Franceschini va d'azzurro. Ma, look a parte, è quello che cerca di più il modo per bucare lo schermo.

La battuta più efficace? Rapida carrellata sui novanta minuti di confronto serrato. Nei capannelli fuori dalla Acquario romano riparte la gara. "Franceschini che attacca Bersani su Bassolino". Esattamente quando, a proposito di errori, dice allo sfidante: "Io non avrei mai messo Bassolino capolista alle primarie". Touché. E per Bersani? Non ci sono dubbi. Cinquantesimo minuto. Si parla di Berlusconi, dialogo e crisi istituzionale. Franceschini dice: "Non c'è spazio per il dialogo con chi calpesta le regole". E Bersani ribatte: "Mi sembra che questa legislatura la abbiamo iniziata chiacchierando con Berlusconi". Anche qui però un Franceschini barricadero scolpisce nella pietra la sua frase: "Mi metterò di traverso a pacche sulle spalle sorrisi e inciuci che dodici anni fa hanno impedito di fare la legge sul conflitto di interesse". E Marino? La battuta più bella secondo i suoi sostenitori: "Quando dà a Dario e Pier Luigi dei personaggi del secolo passato e gli chiede: voi che avevate un ruolo nel secolo passato perché non avete fatto allora quando si poteva fare la legge sul conflitto d'interesse?".

In novanta minuti si è parlato di tutto. Sanità, crisi, immigrazione. "Sì agli immigrati, senza immigrazione questo paese non può avere futuro. No al burqa, la mia integrazione è guardarsi negli occhi", scandisce un Bersani in sintonia con la Santanché. E poi nomine Rai, alleanze, partito: "E' la decima intervista che leggo di Chiamparino su quanto è scontento del Pd, ma io dico: dobbiamo starci dentro questo partito, tenercelo stretto", attacco di Bersani al fronte franceschiniano. "Metà della mia squadra la sceglierà in base al merito", accenna un po' incauto Franceschini. "E l'altra metà?", si domanda il pubblico. La parola tabù la pronuncia Marino: "correnti". "Il Pd di Franceschini è vittima delle correnti che non vogliono il rinnovamento". E non solo. Si parla del caso Binetti. "E Fioroni, Dorina Bianchi, Bosone? Devo fare i nomi di tutti quelli che voterebbero come la Binetti sul testamento biologico?", incalza Marino, in uno dei momenti più caldi del confronto.

Serratissimo tra lui e Franceschini, che uno per uno cerca di strappare al terzo candidato tutti i temi che in questi mesi Marino ha messo sul tappeto. Mentre Bersani sembra starli a guardare fuori dalla ring. Si scomoda giusto per ricambiare un paio di montanti. E lascia cadere anche quando Franceschini, più preso a recuperare terreno su Ignazio Marino, gli ricorda che dopo le dimissioni di Veltroni "nessuno si è fatto avanti".

GLI ALTRI TEMI DEL CONFRONTO

Sulla sanità, Marino apre subito le danze. "La politica deve uscire dal controllo della sanità pubblica. Deve smettere di nominare i primari. Le persone devono sapere che il primario non è quello che è più amico del segretario di partito ma il più bravo". E Franceschini gli va dietro, bacchettandolo: "Hai ragione, ma così si rischia di esser generici: gli assessori regionali non devono nominare i direttori delle Asl che poi nominano i primari, si può fare per legge o con un atto unilaterale nelle regioni in cui governiamo, come propongo io".

Sull'immigrazione, la convergenza non è massima. "Sì agli immigrati, senza immigrazione questo paese non può avere futuro. No al burqa, la mia integrazione è guardarsi negli occhi", scandisce un Bersani in sintonia con la Santanché. Mentre Marino infligge a Franceschini la lettura di tutto ciò che è stato detto e contraddetto sui respingimenti da lui stesso e da altri esponenti del Pd. "I respingimenti vanno fatti rispettando la legge", replica Franceschini. Per ilr esto: "L'opposizione deve spiegare le buoni ragioni dell'accoglienza, farci sentire quando la destra calpesta i diritti dell'uomo".

Sulle primarie, Franceschini cerca il coupe de theatre e tira fuori una dichiarazioni di Marino datata 5 ottobre e rilancia il "lodo Scalfari": "Eri tu che proponevi chi prende più voti vince, adesso perché ti tiri indietro?". "Le regole vanno rispettate, così mi hanno risposto quando ho proposto di allungare di dieci giorni il tesseramento".

Caso Binetti, Franceschini prova a giocare d'anticipo. "La legge contro l'omofobia era una norma sacrosanta, non valeva nemmeno la libertà di coscienza", la attacca lui per primo. E Dorina Bianchi che vuole l'indagine sulla Ru486 allora? Replica Marino. Ricetta: "Quelli che non si sentono laici dentro il cuore, a questo giro perché non li lasciamo a casa". Bersani la vede così: "Non lo ordina il dottore di fare il parlamentare, se sei lì non puoi ragionare solo con la tua coscienza ma devi accettare una disciplina, vale il vincolo di maggioranza salvo deroghe che devono essere stabilite da un organo statutario".

Sui diritti civili, Marino e Franceschini parlano due lingue diverse. Marino parla di "civil partenership", adozioni per i single e anche "liberalizzazione delle droghe". Franceschini di "famiglia naturale".

Alleanze. Marino la vede così: "Dobbiamo riportare a casa quei quattro milioni che si sono allontanati dal Pd: socialisti, ambientalisti, radicali. E poi occupiamoci delle alleanze". Con l'Idv? "Certo, un alleato naturale, anche per me non devono essere eleggibili i condannati con sentenza definitiva". "Ma come facciamo ad allearci con l'Udc se non si riconosce nel principio di uguaglianza tra le persone e vota contro le norme sull'omofobia". Franceschini attacca l'idea del centro "che magari dopo la sconfitta di Berlusconi si allea a destra e noi rimaniamo all'opposizione per trent'anni". E quella di una riforma elettorale sul modello tedesco. "Nessuno però ha mai pensato che vocazione maggioritaria fosse vincere con il 51%. Alleanze sì, ma non il calderone di tutti quelli che ci stanno". Ricetta Bersani: "Dobbiamo riaprire il cantiere dell'Ulivo". "Alleanza con le forze che sono in parlamento", scandisce Bersani: Udc, Di Pietro, "tutti, naturalmente vedendo i problemi che ci sono". Rifondazione? "Il problema non si pone".

Su scuola, università e ricerca, Bersani chiede una riforma condivisa: "Fermate i carri un attimo, discutiamo per un impegno parlamentare assistito dalle migliori intelligenze che abbiamo in questo paese per una riforma formativa del nostro sistema", dice. E se Marino mette l'accento sul merito: "Valutazione dei prof in base al merito e quelli che non vogliono, mandiamoli in pensione e sostituiamoli con giovani che accettano di essere valutati". Franceschini lo mette sull'uguaglianza. "Il figlio dell'operaio e quello del notaio devono avere le stesse opportunità".

Sulla crisi, scambio di colpi tra Marino e Bersani. Il chirurgo rilancia la sua ricetta: investire nell'economia verde e invita a prendere posizione sul nucleare. "Marino, abbi pazienza, ho fatto il ministro dell'energia, non ci penso proprio a fare il nucleare", gli dice Bersani. E Franceschini si accoda: "Marino, perché non provi a mettere in campo le tue idee senza dirle da un piedistallo?".

Infine gli appelli al voto. All'insegna della sobrietà per Bersani: "Votateci, aiutateci a fare bene il nostro mestiere". Anti-berlusconiano per Franceschini: "C'è molta delusione, ma questo voto è importante, dateci forza, se non verrete a votare sarà contento Berlusconi". All'insegna del Pd che verrà per Marino: "Venite a milioni, le cose che non funzionano si possono cambiare, con il vostro voto possiamo costruire un partito laico, untio, che decide, capace di allontanare questa destra sciatta, illusionista, che non ha il senso del governo". Si chiude così, con un appello al voto a tre voci, il primo - e forse ultimo -contro televisivo.

16 ottobre 2009

 

 

 

 

Guida alle primarie del 25 ottobre

Domenica 25 ottobre si vota per le primarie del Partito Democratico. Bersani, Franceschini e Marino presenteranno una o più liste a loro collegati: ogni lista comprenderà i candidati alla composizione dell'assemblea nazionale del partito, che durante la sua prima riunione dopo le primarie eleggerà il nuovo segretario del partito. Perché l'assemblea elegga un segretario, è necessario che un candidato ottenga la maggioranza assoluta dei consensi. Qualora nessuno dei tre candidati dovesse ottenere la metà più uno dei voti dei componenti l'assemblea nazionale, si procederà a un ballottaggio tra i primi due classificati.

Dove si vota

I seggi saranno dislocati in tutti i comuni d'Italia. Nei prossimi giorni il Pd renderà noto l'elenco dei seggi elettorali, comunicando in quale seggio dovranno recarsi gli elettori, secondo il collegio elettorale di residenza.

Chi può votare

Hanno diritto di partecipare al voto tutti i cittadini italiani, comunitari o extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno che, a partire dal compimento del sedicesimo anno di età, si riconoscono nella proposta politica del Partito Democratico, si impegnano a sostenerla alle elezioni e accettano di essere registrati nell’Albo pubblico delle elettrici ed elettori e versano un contributo di 2 euro. Studenti e lavoratori fuori sede sono esentati dall'obbligo di votare nel proprio collegio di residenza. Gli studenti e lavoratori, muniti di documento di riconoscimento, debbono presentarsi entro le ore 19 del 23 ottobre 2009 presso la sede provinciale del Partito Democratico, dove studiano o lavorano, e comunicare la loro decisione di votare in quella sede provinciale anziché nel seggio del luogo di residenza. Oppure, qualora impossibilitati a raggiungere la sede provinciale del PD, gli studenti e i lavoratori fuori sede, possono inviare alla Commissione provinciale per l’elezione del 25 ottobre, via fax o email, la domanda di esercizio del voto, corredata da copia del documento di riconoscimento. La Commissione provinciale, presso la quale l’interessato ha fatto richiesta deve comunicare al richiedente, entro le ore 12 del 24 ottobre, il seggio a lui assegnato per la votazione.

Come si vota

Gli elettori ricevono due schede: una celeste per le liste collegate al segretario nazionale, una rosa per le liste collegate al segretario regionale. Il voto si esprime tracciando un unico segno su una delle liste collegate ai candidati. Le liste sono bloccate: non è previsto voto di preferenza.

Per altre informazioni

Sul sito del Partito Democratico è presente una sezione speciale dedicata alle primarie, con altre informazioni utili. Inoltre, è attivo il numero 848 888800.

13 ottobre 2009

 

 

 

Primarie Pd, Bersani e Franceschini: "Via lo sbarramento del 50%"

di Mariagrazia Gerinatutti gli articoli dell'autore

Bersani è stato il primo a dire sì. E subito dopo anche Franceschini si è detto d'accordo. Via lo sbarramento del 50 per cento. Chi prende più voti alle primarie diventa segretario. Anche se non dovesse superare la metà dei voti. Così recita la proposta avanzata dal fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Bersani e Franceschini fanno a gara per sposarla. Ma Ignazio Marino non ci sta: "Le regole ci sono e vanno rispettate".

Le regole del gioco, anzi, meglio, il regolamento previsto dallo statuto del Pd, infatti, contempla due differenti scenari. Primo scenario: uno dei tre candidati supera il 50% e diventa segretario. Secondo scenario: nessuno supera il 50%. A quel punto spetta all'assemblea eletta con le primarie eleggere a maggioranza semplice il segretario. Scelta che, da regolamento, può ricadere su uno qualunque dei tre candidati. E che può essere scontata se tutti i delegati ricalcano il voto delle primarie. Ma può anche lasciare spazio ad accordi ed esisti imprevisti. Il regolamento, appunto, non preclude nessuno scenario.

Ma se andate a rivedere il sondaggio fatto da l'Unità durante la Convezione nazionale di domenica scorsa vedrete che la prospettiva di una vittoria decisa dagli accordi non andava giù nemmeno ai nostri intervistati. Ai delegati avevamo chiesto, al di là di ciò che prevede il regolamento: cosa succede se nessuno dei tre candidati dovesse raggiungere il 50% dei voti necesari all'elezione immediata?

Il 66,7% ci ha risposto che l'esisto delle primarie dovrebbe essere sovrano comunque, anche se nessuno dei tre candidati dovesse superare il 50%. Perché, in ogni caso, il più votato alle primarie è moralmente il segretario del Pd. Quindi no, ad accordi e patti per eleggere segretario il secondo o il terzo "classificato" alle primarie, ci hanno risposto gli intervistati. Anche se un 33,3% ritiene che se il regolamento lo consente allora non c'è nessun altro ragionamento di opportunità politica che tenga.

La proposta di Scalfari rimescola le carte. "Sono orientato a riconoscere la vittoria di chi prende un voto in più alle primarie", fa sapere subito Bersani: "Le regole ci sono e non possiamo illuderci di cambiarle in corsa, ma se parliamo di politica, allora dico che sono assolutamente favorevole a riconoscere come segretario chi prende un voto in più alle primarie".

E a stretto giro Franceschini rilancia: "Ho sempre sostenuto che la scelta di affidare la decisione su chi tra di noi deve diventare segretario sia il popopolo delle primarie, cioè tutti quegli elettori che si aggiungono agli iscritti che hanno già votato nei circoli e che naturalmente torneranno a votare il 25 ottobre", rivendica la parternità del ragionamento e del tema. E la battaglia a difesa dello strumento-primarie. Per questo - dice- "mi fa piacere che anche Bersani riconosca che dopo la fase importantissima degli iscritti, la sovranità è agli elettori il 25 ottobre e mi pare assolutamente sensato che chi tra di noi arriverà primo diventi il segretario del Pd anche se non raggiungerà il 50% dei voti previsto dallo statuto".

La parte del "guastafeste" la fa invece Marino che ricorda agli altri due che il rispetto delle regole non è un optional. "Cambiare le regole delle primarie a metà partita ricorda più le politiche di Palazzo che quelle del Pd che vorrei", replica a muso duro Marino. "La proposta secondo cui diventerà segretario del Pd chi ha ricevuto il miglior risultato alle primarie, pur non avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, è estranea all'attuale regolamento, scritto e approvato da Franceschini e Bersani", insiste.

"Viene il sospetto - afferma il senatore candidato -che l'entusiasmo con cui Bersani e Franceschini hanno avanzato l'idea sia figlio di una logica di accordo sotterraneo fra pochi per scavalcare la democrazia dei tanti. Io non ci sto".

Da una parte, spiega Marino: "Mi pare davvero un'ovvietà in termini politici, che non era dunque necessario sottolineare, che chi prenderà più voti degli altri avrà più chance di diventare segretario, non per accordi di potere ma per rispettare la volontà espressa dagli elettori. Ma fare questi accordi prima del 25 ottobre, a prescindere e a dispetto dei programmi, dei contenuti e delle scelte discusse in questi due mesi da centinaia di migliaia di persone, quando i giochi sono aperti e nessun risultato può essere dato per scontato, significa assecondare ancora una volta quella logica delle correnti di cui sono vittime Bersani e Franceschini".

"Sono convintissimo che la gente deciderà da sè risolvendo il problema dell'elezione del segretario del Pd senza bisogno di altro", replica Bersani, che precisa l'accento da dare alla sua risposta: "Le regole statutarie non possono essere cambiate dai candidati. Dopodichè c'è la politica: se nessuno dovesse superare il 50% a quel punto, senza cambiare le regole, mi sentirei in dovere di tener conto dell'indicazione fondamentale che ha dato l'elettore".

14 ottobre 2009

 

 

il SOLE 24 ORE

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2009-10-17

Sfida per la leadership nel Pd: i candidati alla prova tv

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16 ottobre 2009

Pierluigi Bersani (LaPresse)

Il confronto tv tra i candidati alla segreteria del Pd

DOSSIER / Verso le primarie

Un dibattito all'americana, in quello che è un classico confronto televisivo: i tre candidati alla leadership hanno tempi contingentati, i due conduttori, Maurizio Mannoni e Tiziana Ferrario, pongono domande secche. La scenografia all'Acquario romano è essenziale: i tre seduti dietro scrivanie di cristallo, Ignazio Marino al centro, Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini nei tavoli laterali.

Rigorosissime le regole per la composizione della platea: per evitare l'effetto claque ad ogni mozione é stato attribuito un numero di 50 posti in platea, distribuiti, in modo che non ci siano quelli concentramenti da una parte o dall'altra. Niente curve, cioè.

Sull'elezione del segretario Franceschini invita ad escludere pasticci. "Bisogna evitare - dice- che l'assemblea nazionale elegga segretario chi magari è arrivato secondo alle primarie ma non ha preso la maggioranza assoluta e per questo serve un impegno politico". E ribadisce: "chi il 25 ottobre prenderà un solo voto in più degli altri dovrà diventare il segretario del Pd".

Bersani è d'accordo: "in quell'occasione i cittadini decideranno e faranno in modo che si affermi uno di noi in prima battuta". Resta "convintissimo delle primarie", ma sottolinea "il problema é perfezionarle perché non si rovinino".

 

I tre affrontano la questione Binetti

Per Franceschini "è giusto concedere la libertà di coscienza su temi eticamente sensibili all'interno di un grande partito. Ma il caso della Binetti non c'entra niente con questo". Perchè l'esponente Pd, dice il segretario "ha votato contro una norma sacrosanta per la lotta alla discriminazione e per il rispetto delle persone: principi fondanti del Pd".

Duro anche Ignazio Marino: "Se non credi nell'uguaglianza delle persone non puoi stare nel Pd. Quelli che non si sentono laici dentro il cuore, a questo giro, perchè non li lasciamo a casa?".

Pier Luigi Bersani non crede "a un segretario che dice chi esce e chi entra. Credo alle regole. Chi sgarra due o tre volte va fuori".

Ma quale tipo di opposizione all'attuale maggioranza di centrodestra hanno in testa i tre candidati?

Con chi "calpesta le regole" non c'è possibilità di dialogo, secondo Dario Franceschini che promette opposizione dura se sarà rieletto e assicura che "si batterà contro eventuali tentativi di inciucio".

Bersani rimprovera al segretario di aver "chiacchierato" all'inizio della legislatura con Berlusconi: "credo che sia stato un errore". Secondo l'ex ministro "il più grande anti berlusconiano è chi lo manda a casa" e per far questo occorre "segnare una novità", ovvero "presentarci come forza che pone il tema dell'alternativa, di una grande alleanza per battere Berlusconi".

Marino esorta a "fare opposizione seriamente", essendo "sempre presenti in aula a votare".

I tre parlano anche delle possisibili alleanze per il Pd

Marino si proprone di "attrarre quelle forze di sinistra che si sono allontanate", per "riportare a casa 4 milioni di elettori persi". Guarda alle "forze socialiste, ambientaliste, radicali e all'Idv come alleato naturale". Dice no all'Udc perchè "vota contro omofobia".

Franceschini precisa di non aver mai pensato che la vocazione maggioritaria volesse "dire arrivare da soli al 51% dei voti". Ma quello che vuole evitare è "fregare un'altra volta gli italiani". Perciò pensa a una coalizione decisa "attorno a un programma di cose da fare", evitando di "buttare dentro un calderone tutti quelli che ci stanno".

Su questi tema sono tre i passi che Bersani ha in mente: rafforzare il Pd "come partito che si rivolge a tutto l'arco del centrosinistra; riaprire il cantiere dell'Ulivo; creare un progetto di alleanza con le forze che sono in parlamento".

16 ottobre 2009

 

 

 

 

 

 

Pd, confronto al novantesimo minuto. "E ora venite in tanti a votarci"

di Mariagrazia Gerinatutti gli articoli dell'autore

"Murdoch sta già tremando...", gongola con un pizzico di ironia Walter Verini, già consigliere fidatissimo di Veltroni e ora direttore di Youdem, l'unica tv autorizzata a riprendere e trasmettere il confronto tv tra i tre candidati alla guida del Pd. Perciò godetevelo. Studiatevelo bene. Difficilmente da qui alle primarie ce ne sarà un altro. Non con tutti e tre i candidati alla guida del Pd. "Perché dobbiamo dare spettacolo in qualche studio televisivo? Un partito è una cosa seria", declina l'invito Bersani prima di accomiatarsi dalle telecamere di Youdem. Non è in tv che vuole giocarsi la partita. Anche se la partecipazione ad Annozero sembra avergli fatto un certo effetto: "Più di cinque milioni di spettatori: Berlusconi se ne parli ben o male tira sempre". Quanto al Pd, a Bersani, il confronto che si è appena concluso tra le quinte più teatrali che televisive dell'ex Acquario romano e davanti a un pubblico di 150 sostenitori, un terzo per mezione, seduti in rigoroso ordine alfabetico, basta e avanza. Lo ha visto solo chi si è collegato con Youdem, o in streaming sul sito de l'Unità, lo rivedranno in rete quelli che lo vorranno vedere. Bene così. Anche se gli altri due, invece, sarebbero subito pronti al bis. Meglio in Rai, per Ignazio Marino. Ovunque, per Franceschini, entusiasta del volto e del piglio che sta mostrando in questo rush finale.

"Per tutto il tempo ha fatto la corsa su Marino, che sugli stessi temi però è più credibile", commentano gli spin-doctor del chirugo. "Ha fatto bene: rinnovamento, laicità non sono mica roba sua, sono valori del Partito democratico", rivendica un franceschiniano. E Bersani? "Si è tenuto fuori dal battibecco, ha fatto bene, ha scelto di non iscriversi a quella gara tra i due", dicono i suoi, soddisfatti anche loro, nei bilanci del dopo-match.

Certo, alla tv, Bersani non ha concesso molto. Nemmeno un cambio di cravatta: rossa, come da tradizione. Frivolezze che lascia agli altri candidati. Anche se la partecipazione ad Annozero sembra avergli fatto un certo effetto: "Tutt'altro entusiasmo mostra il terzo candidato, Ignazio Marino, che per l'occasione ha tirato fuori dal cassetto una cravatta favolosa. Nel senso che ritrae la favola della tartaruga e della lepre. Un portafortuna: "Alla fine in Esopo è la tartaruga che vince". Franceschini va d'azzurro. Ma, look a parte, è quello che cerca di più il modo per bucare lo schermo.

La battuta più efficace? Rapida carrellata sui novanta minuti di confronto serrato. Nei capannelli fuori dalla Acquario romano riparte la gara. "Franceschini che attacca Bersani su Bassolino". Esattamente quando, a proposito di errori, dice allo sfidante: "Io non avrei mai messo Bassolino capolista alle primarie". Touché. E per Bersani? Non ci sono dubbi. Cinquantesimo minuto. Si parla di Berlusconi, dialogo e crisi istituzionale. Franceschini dice: "Non c'è spazio per il dialogo con chi calpesta le regole". E Bersani ribatte: "Mi sembra che questa legislatura la abbiamo iniziata chiacchierando con Berlusconi". Anche qui però un Franceschini barricadero scolpisce nella pietra la sua frase: "Mi metterò di traverso a pacche sulle spalle sorrisi e inciuci che dodici anni fa hanno impedito di fare la legge sul conflitto di interesse". E Marino? La battuta più bella secondo i suoi sostenitori: "Quando dà a Dario e Pier Luigi dei personaggi del secolo passato e gli chiede: voi che avevate un ruolo nel secolo passato perché non avete fatto allora quando si poteva fare la legge sul conflitto d'interesse?".

In novanta minuti si è parlato di tutto. Sanità, crisi, immigrazione. "Sì agli immigrati, senza immigrazione questo paese non può avere futuro. No al burqa, la mia integrazione è guardarsi negli occhi", scandisce un Bersani in sintonia con la Santanché. E poi nomine Rai, alleanze, partito: "E' la decima intervista che leggo di Chiamparino su quanto è scontento del Pd, ma io dico: dobbiamo starci dentro questo partito, tenercelo stretto", attacco di Bersani al fronte franceschiniano. "Metà della mia squadra la sceglierà in base al merito", accenna un po' incauto Franceschini. "E l'altra metà?", si domanda il pubblico. La parola tabù la pronuncia Marino: "correnti". "Il Pd di Franceschini è vittima delle correnti che non vogliono il rinnovamento". E non solo. Si parla del caso Binetti. "E Fioroni, Dorina Bianchi, Bosone? Devo fare i nomi di tutti quelli che voterebbero come la Binetti sul testamento biologico?", incalza Marino, in uno dei momenti più caldi del confronto.

Serratissimo tra lui e Franceschini, che uno per uno cerca di strappare al terzo candidato tutti i temi che in questi mesi Marino ha messo sul tappeto. Mentre Bersani sembra starli a guardare fuori dalla ring. Si scomoda giusto per ricambiare un paio di montanti. E lascia cadere anche quando Franceschini, più preso a recuperare terreno su Ignazio Marino, gli ricorda che dopo le dimissioni di Veltroni "nessuno si è fatto avanti".

GLI ALTRI TEMI DEL CONFRONTO

Sulla sanità, Marino apre subito le danze. "La politica deve uscire dal controllo della sanità pubblica. Deve smettere di nominare i primari. Le persone devono sapere che il primario non è quello che è più amico del segretario di partito ma il più bravo". E Franceschini gli va dietro, bacchettandolo: "Hai ragione, ma così si rischia di esser generici: gli assessori regionali non devono nominare i direttori delle Asl che poi nominano i primari, si può fare per legge o con un atto unilaterale nelle regioni in cui governiamo, come propongo io".

Sull'immigrazione, la convergenza non è massima. "Sì agli immigrati, senza immigrazione questo paese non può avere futuro. No al burqa, la mia integrazione è guardarsi negli occhi", scandisce un Bersani in sintonia con la Santanché. Mentre Marino infligge a Franceschini la lettura di tutto ciò che è stato detto e contraddetto sui respingimenti da lui stesso e da altri esponenti del Pd. "I respingimenti vanno fatti rispettando la legge", replica Franceschini. Per ilr esto: "L'opposizione deve spiegare le buoni ragioni dell'accoglienza, farci sentire quando la destra calpesta i diritti dell'uomo".

Sulle primarie, Franceschini cerca il coupe de theatre e tira fuori una dichiarazioni di Marino datata 5 ottobre e rilancia il "lodo Scalfari": "Eri tu che proponevi chi prende più voti vince, adesso perché ti tiri indietro?". "Le regole vanno rispettate, così mi hanno risposto quando ho proposto di allungare di dieci giorni il tesseramento".

Caso Binetti, Franceschini prova a giocare d'anticipo. "La legge contro l'omofobia era una norma sacrosanta, non valeva nemmeno la libertà di coscienza", la attacca lui per primo. E Dorina Bianchi che vuole l'indagine sulla Ru486 allora? Replica Marino. Ricetta: "Quelli che non si sentono laici dentro il cuore, a questo giro perché non li lasciamo a casa". Bersani la vede così: "Non lo ordina il dottore di fare il parlamentare, se sei lì non puoi ragionare solo con la tua coscienza ma devi accettare una disciplina, vale il vincolo di maggioranza salvo deroghe che devono essere stabilite da un organo statutario".

Sui diritti civili, Marino e Franceschini parlano due lingue diverse. Marino parla di "civil partenership", adozioni per i single e anche "liberalizzazione delle droghe". Franceschini di "famiglia naturale".

Alleanze. Marino la vede così: "Dobbiamo riportare a casa quei quattro milioni che si sono allontanati dal Pd: socialisti, ambientalisti, radicali. E poi occupiamoci delle alleanze". Con l'Idv? "Certo, un alleato naturale, anche per me non devono essere eleggibili i condannati con sentenza definitiva". "Ma come facciamo ad allearci con l'Udc se non si riconosce nel principio di uguaglianza tra le persone e vota contro le norme sull'omofobia". Franceschini attacca l'idea del centro "che magari dopo la sconfitta di Berlusconi si allea a destra e noi rimaniamo all'opposizione per trent'anni". E quella di una riforma elettorale sul modello tedesco. "Nessuno però ha mai pensato che vocazione maggioritaria fosse vincere con il 51%. Alleanze sì, ma non il calderone di tutti quelli che ci stanno". Ricetta Bersani: "Dobbiamo riaprire il cantiere dell'Ulivo". "Alleanza con le forze che sono in parlamento", scandisce Bersani: Udc, Di Pietro, "tutti, naturalmente vedendo i problemi che ci sono". Rifondazione? "Il problema non si pone".

Su scuola, università e ricerca, Bersani chiede una riforma condivisa: "Fermate i carri un attimo, discutiamo per un impegno parlamentare assistito dalle migliori intelligenze che abbiamo in questo paese per una riforma formativa del nostro sistema", dice. E se Marino mette l'accento sul merito: "Valutazione dei prof in base al merito e quelli che non vogliono, mandiamoli in pensione e sostituiamoli con giovani che accettano di essere valutati". Franceschini lo mette sull'uguaglianza. "Il figlio dell'operaio e quello del notaio devono avere le stesse opportunità".

Sulla crisi, scambio di colpi tra Marino e Bersani. Il chirurgo rilancia la sua ricetta: investire nell'economia verde e invita a prendere posizione sul nucleare. "Marino, abbi pazienza, ho fatto il ministro dell'energia, non ci penso proprio a fare il nucleare", gli dice Bersani. E Franceschini si accoda: "Marino, perché non provi a mettere in campo le tue idee senza dirle da un piedistallo?".

Infine gli appelli al voto. All'insegna della sobrietà per Bersani: "Votateci, aiutateci a fare bene il nostro mestiere". Anti-berlusconiano per Franceschini: "C'è molta delusione, ma questo voto è importante, dateci forza, se non verrete a votare sarà contento Berlusconi". All'insegna del Pd che verrà per Marino: "Venite a milioni, le cose che non funzionano si possono cambiare, con il vostro voto possiamo costruire un partito laico, untio, che decide, capace di allontanare questa destra sciatta, illusionista, che non ha il senso del governo". Si chiude così, con un appello al voto a tre voci, il primo - e forse ultimo -contro televisivo.

16 ottobre 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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